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Grazie Etna

 

Grazie Etna
  

 

 

Stamattina dovevo volare da Milano a Catania. L'Etna ha deciso diversamente: volo annullato, riprogrammazione su Palermo, sera.

Così io e Cinzia ci siamo regalati una mattina a piazza Gae Aulenti, nel parco che si chiama Biblioteca degli Alberi — e mai nome fu più azzeccato, come dice mia moglie. 

C'era un gruppo di peruviani che provava le danze tipiche del loro Paese. Pochi metri più in là, un gruppo di palestrati faceva una specie di yoga corpo a corpo. 

Più oltre, degli anziani seduti in cerchio a studiare insieme. 

E un gruppo religioso che faceva i suoi incontri all'aperto.

Mondi diversi. Uomini diversi. Culture diverse.

Ognuno occupava il suo spazio. Nessuno invadeva quello degli altri. Ognuno aggiungeva qualcosa al quadro, nessuno toglieva niente a nessuno.

A pranzo siamo finiti in un posto dove erano quasi tutti sudamericani: peruviani, ecuadoriani. 

E noi due in mezzo, felici come se fossimo in vacanza noi, invece che loro da noi.

Poi la metropolitana. 

E lì mi è venuto un pensiero semplice semplice: a Milano, se non ci fossero gli stranieri, la metropolitana chi dovrebbe prenderla? 

Perché la metro è piena, e la maggior parte delle persone che la riempiono — che vanno al lavoro, che tornano a casa stanche, che tengono in piedi questa città — sono straniere. Sudamericane, africane, asiatiche, dell'est Europa.

Toglile, e Milano si ferma. 

Non domani: domani mattina.

E io pensavo: questa è la famosa invasione? 

Questo è il pericolo da cui dovremmo difenderci con i tetti nelle classi e i muri nei discorsi?

Perché io, oggi, non ho visto un'Italia che scompare. 

Ho visto un'Italia che si allarga. Peruviani che ballano sotto il Bosco Verticale. 

Anziani che studiano sotto gli alberi. Gente che prega, gente che si allena, gente che lavora e riempie i vagoni della metro. 

Gente che semplicemente vive.

Nessun politico dal palco avrebbe potuto raccontare quel parco, quel ristorante o quella metropolitana come un problema. 

Perché funzionavano. 

E funzionavano proprio perché erano misti.

La paura di chi ci governa ha bisogno di quartieri chiusi e di nemici inventati. 

La realtà di un giorno qualunque racconta un'altra storia: che la convivenza non è un esperimento fallito. 

È una cosa che succede ogni giorno, naturalmente, quando nessuno la avvelena.

Mondi diversi, uomini diversi, culture diverse. 

Che si chiamano con una sola parola: comunità.

Per me e Cinzia questa è la normalità: sono decenni che viviamo immersi tra le culture, in mezzo agli altri. 

Ed è bellissimo. Bellissimo vedere che questo mondo esiste, funziona, e non ha bisogno di nessun permesso per esistere.

Il volo per Palermo lo prendiamo stasera. 

Ma questa giornata ce l'ha regalata l'Etna, senza saperlo. 

Quindi grazie, Etna: ogni tanto anche un vulcano che erutta sa indicarti la strada giusta.

(Agostino Sella)

memoria tradita

 


La memoria tradita
 

 

 

Esistono nazioni la cui storia è segnata da ferite così profonde da essere diventate patrimonio della memoria collettiva dell'umanità. Popoli che hanno conosciuto persecuzioni, deportazioni, massacri, discriminazioni sistematiche e sofferenze indicibili. Ogni anno, il mondo si ferma per ricordare quelle tragedie, affinché non si ripetano mai più.

Eppure, la memoria non è una garanzia di saggezza. Non sempre chi ha sofferto diventa portatore di pace. Non sempre chi è stato vittima comprende fino in fondo il dolore delle nuove vittime.

La vera grandezza di una nazione non si misura dalle sofferenze subite, ma dalla capacità di trasformarle in una lezione morale. Quando invece il ricordo del proprio dolore diventa giustificazione per infliggere dolore ad altri, allora la memoria perde il suo significato più nobile e si trasforma in uno strumento di potere.

Assistiamo oggi a situazioni in cui intere città vengono devastate, infrastrutture civili ridotte in macerie, famiglie spezzate, bambini uccisi, donne e anziani travolti da una violenza che non distingue più tra combattenti e innocenti. Tutto questo viene spesso presentato come inevitabile, necessario, perfino legittimo.

Ma nessuna ragione di sicurezza può cancellare il valore della vita umana. Nessuna vendetta può essere scambiata per giustizia. Nessuna superiorità militare conferisce il diritto di ignorare la sofferenza dei civili.

Il paradosso più amaro è che proprio coloro che dovrebbero essere i primi difensori della dignità umana, avendo conosciuto sulla propria pelle le conseguenze dell'odio e della persecuzione, finiscono talvolta per replicare logiche di forza che avrebbero dovuto combattere con ogni mezzo.

La storia dovrebbe insegnare empatia, non arroganza. Dovrebbe insegnare moderazione, non dominio. Dovrebbe insegnare il valore della pace, non la ricerca della rivalsa.

Eppure, troppo spesso la comunità internazionale osserva in silenzio. Le condanne sono timide, le reazioni deboli, le conseguenze quasi inesistenti. Alcuni Stati sembrano godere di una sorta di immunità politica, diplomatica ed economica che consente loro di agire senza subire la stessa severità di giudizio riservata ad altri.

Questa disparità mina la credibilità stessa dei principi che il mondo dichiara di difendere. Se i diritti umani sono universali, devono esserlo sempre. Se le vite innocenti hanno valore, devono averlo ovunque. Se i crimini contro i civili meritano condanna, questa non può dipendere dal peso economico, dall'influenza geopolitica o dalle alleanze internazionali.

La memoria delle tragedie del passato non può essere utilizzata come uno scudo dietro cui nascondere le ingiustizie del presente. Al contrario, dovrebbe rappresentare un richiamo costante alla responsabilità morale.

Chi ha conosciuto l'abisso dovrebbe essere il primo a impedire che altri vi precipitino. Quando accade il contrario, non siamo di fronte a un esempio da seguire, ma a un fallimento storico e morale che merita di essere denunciato con fermezza.

Perché il dolore subito non conferisce alcun privilegio. Conferisce, semmai, un dovere: quello di non infliggerlo mai più a nessuno.

I volontari de Il Seme della Speranza o.d.v.

Volontariato

 
Il volontariato cambia

    prima di tutto

        chi lo vive
  

C’è un dono che spesso passa inosservato: quello che il volontariato fa nascere nel cuore di chi decide di mettersi al servizio degli altri.

Quando scegliamo di dedicare tempo, ascolto e attenzione a chi è in difficoltà, non stiamo semplicemente offrendo un aiuto. Stiamo imparando a guardare il mondo con occhi diversi. Le preoccupazioni quotidiane assumono il loro giusto peso, cresce la gratitudine per ciò che abbiamo e scopriamo che la felicità più autentica nasce dalla condivisione.

Il Vangelo ci ricorda: “C’è più gioia nel dare che nel ricevere.” (Atti 20,35). È una verità che ogni volontario sperimenta nel proprio cammino. Ogni gesto di solidarietà, anche il più piccolo, lascia un segno non solo nella vita di chi lo riceve, ma anche in quella di chi lo compie.

Fare volontariato significa costruire relazioni, abbattere l’indifferenza, imparare ad ascoltare e a rispettare la dignità di ogni persona. Significa comprendere che nessuno è così povero da non poter donare qualcosa e nessuno è così ricco da non aver mai bisogno di una mano tesa.

Nella nostra associazione crediamo che aiutare il prossimo non sia soltanto un atto di generosità, ma un’occasione di crescita umana e spirituale. Ogni progetto realizzato, ogni sorriso ritrovato, ogni speranza che rinasce è anche una lezione di vita per chi ha scelto di esserci.

Il bene è contagioso. Un gesto di amore genera altro amore, una mano tesa ne ispira un’altra, e così si costruisce una comunità più giusta, più solidale e più umana.

Per questo diciamo che il volontariato non cambia solo il mondo di chi riceve un aiuto: cambia profondamente anche il cuore di chi lo offre.

Perché fare del bene fa bene. Sempre. 

I volontari de Il Seme della Speranza o.d.v.

 

Il valore di una goccia


Donare tempo:

il regalo più prezioso

per gli altri



Viviamo in un’epoca in cui tutto corre veloce. Le giornate sembrano sempre troppo corte, gli impegni si accumulano e il tempo diventa una risorsa da difendere gelosamente. Proprio per questo, scegliere di donare il proprio tempo agli altri assume un valore straordinario. Non si tratta soltanto di offrire qualche ora libera, ma di mettere a disposizione una parte autentica di sé: attenzione, ascolto, presenza e umanità.

Donare tempo significa fermarsi accanto a chi attraversa un momento difficile, sostenere chi è solo, aiutare chi vive in condizioni di fragilità. È un gesto che non si misura in denaro, ma nella capacità di creare relazioni e costruire comunità. A volte basta poco: una visita a una persona anziana, un pomeriggio dedicato ai bambini, l’ascolto di chi ha bisogno di parlare, il supporto a un progetto solidale. Eppure, quel poco può trasformarsi in qualcosa di immenso per chi lo riceve.

Il volontariato nasce proprio da questa scelta: dedicare parte della propria vita al bene comune. Chi dona tempo scopre che aiutare gli altri non significa soltanto offrire un servizio, ma anche ricevere molto in cambio. Si imparano la pazienza, la gratitudine, l’empatia. Si comprendono realtà lontane dalla propria esperienza quotidiana e si riscopre il valore delle cose semplici.

In molte parti del mondo, il tempo dei volontari rappresenta una speranza concreta. Nelle aree colpite dalla povertà, nei contesti di guerra, negli ospedali, nelle scuole o nei centri di accoglienza, la presenza di persone disponibili a dedicarsi agli altri può fare la differenza tra l’abbandono e la speranza. Non sempre servono grandi competenze: spesso ciò che conta davvero è esserci.

Donare tempo significa anche scegliere di costruire una società più umana. In un mondo che rischia di diventare sempre più individualista, ogni gesto gratuito rompe il muro dell’indifferenza. Quando una persona dedica energie e attenzione agli altri, lancia un messaggio potente: nessuno deve sentirsi invisibile o dimenticato.

Esiste inoltre una dimensione personale profonda in questo dono. Chi fa volontariato racconta spesso di sentirsi arricchito interiormente. Aiutare gli altri permette di guardare la vita con occhi diversi, ridimensionare problemi quotidiani e riscoprire il senso della solidarietà. Il tempo donato non è mai tempo perso: è un investimento in umanità.

Anche i giovani, oggi più che mai, possono diventare protagonisti di questo cambiamento. Attraverso il servizio volontario, imparano il valore della responsabilità, della collaborazione e del rispetto reciproco. Ogni esperienza di solidarietà contribuisce a formare cittadini più consapevoli e attenti ai bisogni del mondo.

Donare tempo, in fondo, è uno degli atti più rivoluzionari che possiamo compiere. Perché il tempo è vita. E scegliere di condividere una parte della propria vita con gli altri significa riconoscere che il bene comune nasce dall’incontro, dalla cura reciproca e dalla capacità di non voltarsi dall’altra parte.

In una società che spesso misura tutto in termini di profitto e produttività, il dono del tempo ci ricorda che le cose più importanti non hanno prezzo: una mano tesa, una parola gentile, una presenza sincera possono cambiare una giornata, e talvolta persino una vita.

I volontari de Il Seme della Speranza o.d.v.

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