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Scarpette rosse

 Giovedì 27 Gennaio - Giorno della Memoria


Scarpette rosse

 

 


"C’è un paio di scarpette"


C’è un paio di scarpette rosse numero ventiquattro quasi nuove,
sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica “Schulze Monaco”.

C’è un paio di scarpette rosse in cima a un mucchio di scarpette infantili a Buchenwald.

Più in là c’è un mucchio di riccioli biondi di ciocche nere e castane a Buchenwald,
servivano a far coperte per i soldati.
Non si sprecava nulla e i bimbi li spogliavano e li radevano prima di spingerli nelle camere a gas.

C’è un paio di scarpette rosse per la domenica a Buchenwald.

Erano di un bimbo di tre anni, forse di tre anni e mezzo.
Chi sa di che colore erano gli occhi bruciati nei forni,
ma il suo pianto lo possiamo immaginare, si sa come piangono i bambini.


Anche i suoi piedini li possiamo immaginare.
Scarpa numero ventiquattro per l’eternità,
perché i piedini dei bambini morti non crescono.


C’è un paio di scarpette rosse a Buchenwald, quasi nuove,
perché i piedini dei bambini morti non consumano le suole…


~ Joyce Lussu ~

Giorno della Memoria

 

La povertà dell'Etiopia può ferire gli occhi

  


La povertà dell'Etiopia

può ferire gli occhi

 

 

 

Quasi un milione di etiopi ha perso la vista e altri quattro milioni sono ipovedenti a causa di malattie che avrebbero potuto o potrebbero essere curate facilmente, su una popolazione di circa 75 milioni di abitanti. Questi dati, diffusi da “Orbis International”, un centro oftalmologico con base a New York, fanno di questa nazione uno dei paesi al mondo con la più alta incidenza di malattie all’apparato visivo.
L’impossibilità di curare infezioni, la carenza di vitamina A e le cattive condizioni igienico-sanitarie, dovute alla mancanza di acqua pulita, sono le principali responsabili delle centinaia di migliaia di persone che ogni anno si ammalano di malattie oftalmologiche. Spesso i nuovi malati vivono nelle zone rurali e più periferiche del paese e, oltre a non avere facilmente a disposizione un medico, sono anche privi della necessaria educazione sanitaria di base.
Le principali malattie di cui soffrono gli etiopi, che poi degenerano in cecità, secondo “Orbis International” sono la cataratta, il glaucoma e il tracoma, oltre a una serie di altre patologie legate alla cornea.
Uno dei fiori all’occhiello della Clinica di Humbo che abbiamo sostenuto nell’anno 2021 è il piccolo reparto di oculistica, con quanto donato sono state effettuate due campagne di prevenzione nei villaggi della zona.
Il risultato di queste due campagne di prevenzione da noi interamente sostenute:

  • 1070 persone visitate
  • Consegna di medicinali specialistici e occhiali
  • 105 interventi di cataratta da effettuare a breve nella clinica di Humbo

Ringraziamo di cuore tutti gli amici e i sostenitori della nostra Associazione.

I volontari de Il Seme della Speranza o.n.l.u.s.

La Befana

 

Il tuo valore



Un padre ha detto alla figlia "Ti sei laureata con lode, ecco la macchina che ho comprato tanti anni fa. È un po' più vecchia adesso, ma prima che te la dia, portala al concessionario  di auto usate in centro e dì loro che vuoi venderla e vedi quanto ti offrono".

La figlia è andata al concessionario  delle auto usate, è tornata da suo padre e ha detto: "Mi hanno offerto 1.000 euro perché hanno detto che sembra piuttosto logora".

Il padre ha detto: “Ora portala al banco dei pegni". La figlia andò al banco dei pegni, tornò da suo padre e disse: "Il banco dei pegni ha offerto solo 100 euro perché è una vecchia auto".

Il padre ha chiesto infine a sua figlia di andare in un club automobilistico e mostrare loro l'auto. La figlia ha quindi portato l'auto al club, è tornata e ha detto a suo padre: "Alcune persone nel club hanno offerto 100.000 euro perché è una Holden Torana ed è un'auto iconica e ricercata da molti collezionisti"

Infine il padre dice a sua figlia: 

"Il posto giusto ti valorizza nel modo giusto". Se non sei valutata, non arrabbiarti, significa che sei nel posto sbagliato. 

Chi conosce il tuo valore è chi ti apprezza... Non stare mai in un posto dove nessuno vede il tuo valore.

La Befana

 

La Befana




In un villaggio, non molto distante da Betlemme, viveva una giovane donna che si chiamava Befana. Non era brutta, anzi, era molto bella e aveva parecchi pretendenti. Però aveva un pessimo caratteraccio. Era sempre pronta a criticare e a parlare male del prossimo. Cosicché non si era mai sposata, o perché non le andava bene l’uomo che di volta in volta le chiedeva di diventare sua moglie, o perché l’innamorato, dopo averla conosciuta meglio, si ritirava immediatamente. Era, infatti, molto egoista e fin da piccola non aveva mai aiutato nessuno. Era, inoltre, come ossessionata dalla pulizia. Aveva sempre in mano la scopa, e la usava così rapidamente che sembrava ci volasse sopra. La sua solitudine, man mano che passavano gli anni, la rendeva sempre più acida e cattiva, tanto che in paese avevano cominciato a soprannominarla “la strega”. Lei si arrabbiava moltissimo e diceva un sacco di parolacce. Nessuno in paese ricordava di averla mai vista sorridere. Quando non puliva la casa con la sua scopa di paglia, si sedeva e faceva la calza. Ne faceva a centinaia. Non per qualcuno, naturalmente! Le faceva per se stessa, per calmare i nervi e passare un po’ di tempo visto che nessuno del villaggio veniva mai a trovarla, né lei sarebbe mai andata a trovare nessuno. Era troppo orgogliosa per ammettere di avere bisogno di un po’ di amore ed era troppo egoista per donare un po’ del suo amore a qualcuno. E poi non si fidava di nessuno. Così passarono gli anni e la nostra Befana, a forza di essere cattiva, divenne anche brutta e sempre più odiata da tutti. Più lei si sentiva odiata da tutti, più diventava cattiva e brutta. Aveva da poco compiuto settant’anni, quando una carovana giunse nel paese dove abitava. C’erano tanti cammelli e tante persone, più persone di quante ce ne fossero nell’intero villaggio. Curiosa com’era vide subito che c’erano tre uomini vestiti sontuosamente e, origliando, seppe che erano dei re. Re Magi, li chiamavano. Venivano dal lontano oriente, e si erano accampati nel villaggio per far riposare i cammelli e passare la notte prima di riprendere il viaggio verso Betlemme. Era la sera prima del sei gennaio. Borbottando e brontolando come al solito sulla stupidità della gente che viaggia in mezzo al deserto e disturba invece di starsene a casa sua, si era messa a fare la calza quando sentì bussare alla porta. Lo stomaco si strinse e un brivido le corse lungo la schiena. Chi poteva essere? Nessuno aveva mai bussato alla sua porta. Più per curiosità che per altro andò ad aprire. Si trovò davanti uno di quei re. Era molto bello e le fece un gran sorriso, mentre diceva: “Buonasera signora, posso entrare?”. Befana rimase come paralizzata, sorpresa da questa imprevedibile situazione e, non sapendo cosa fare, le scapparono alcune parole dalla bocca prima ancora che potesse ragionare: “Prego, si accomodi”. Il re le chiese gentilmente di poter dormire in casa sua per quella notte e Befana non ebbe né la forza né il coraggio di dirgli di no. Quell’uomo era così educato e gentile con lei che si dimenticò per un attimo del suo caratteraccio, e perfino si offrì di fargli qualcosa da mangiare. Il re le parlò del motivo per cui si erano messi in viaggio. Andavano a trovare il bambino che avrebbe salvato il mondo dall’egoismo e dalla morte. Gli portavano in dono oro, incenso e mirra. “Vuol venire anche lei con noi?”. “Io?!” rispose Befana.. “No, no, non posso”. In realtà poteva ma non voleva. Non si era mai allontanata da casa. Tuttavia era contenta che il re glielo avesse chiesto. “Vuole che portiamo al Salvatore un dono anche da parte sua?”. Questa poi… Lei regalare qualcosa a qualcuno, per di più sconosciuto. Però le sembrò di fare troppo brutta figura a dire ancora di no. E durante la notte mise una delle sue calze, una sola, dove dormiva il re magio, con un biglietto: “per Gesù”. La mattina, all’alba, finse di essere ancora addormentata e aspettò che il re magio uscisse per riprendere il suo viaggio. Era già troppo in imbarazzo per sostenere un’altra, seppur breve, conversazione. Passarono trent’anni. Befana ne aveva appena compiuti cento. Era sempre sola, ma non più cattiva. Quella visita inaspettata, la sera prima del sei gennaio, l’aveva profondamente cambiata. Anche la gente del villaggio nel frattempo aveva cominciato a bussare alla sua porta. Dapprima per sapere cosa le avesse detto il re, poi pian piano per aiutarla a fare da mangiare e a pulire casa, visto che lei aveva un tale mal di schiena che quasi non si muoveva più. E a ciascuno che veniva, Befana cominciò a regalare una calza. Erano belle le sue calze, erano fatte bene, erano calde. Befana aveva cominciato anche a sorridere quando ne regalava una, e perciò non era più così brutta, era diventata perfino simpatica. Nel frattempo dalla Galilea giungevano notizie di un certo Gesù di Nazareth, nato a Betlemme trent’anni prima, che compiva ogni genere di miracoli. Dicevano che era lui il Messia, il Salvatore. Befana capì che si trattava di quel bambino che lei non ebbe il coraggio di andare a trovare. Ogni notte, al ricordo di quella notte, il suo cuore piangeva di vergogna per il misero dono che aveva fatto portare a Gesù dal re magio: una calza vuota… una calza sola, neanche un paio! Piangeva di rimorso e di pentimento, ma questo pianto la rendeva sempre più amabile e buona. Poi giunse la notizia che Gesù era stato ucciso e che era risorto dopo tre giorni. Befana aveva allora centoetre anni. Pregava e piangeva tutte le notti, chiedendo perdono a Gesù. Desiderava più di ogni altra cosa rimediare in qualche modo al suo egoismo e alla sua cattiveria di un tempo. Desiderava tanto un’altra possibilità ma si rendeva conto che ormai era troppo tardi. Una notte Gesù risorto le apparve in sogno e le disse: “Coraggio Befana! Io ti perdono. Ti darò vita e salute ancora per molti anni. Il regalo che tu non sei venuta a portarmi quando ero bambino ora lo porterai a tutti i bambini da parte mia. Volerai da ogni capo all’altro della terra sulla tua scopa di paglia e porterai una calza piena di caramelle e di regali ad ogni bambino che a Natale avrà fatto il presepio e che, il sei gennaio, avrà messo i re magi nel presepio. Ma mi raccomando! Che il bambino sia stato anche buono, non egoista… altrimenti gli metterai del carbone dentro la calza sperando che l’anno dopo si comporti da bambino generoso”. E la Befana fece così e così ancora sta facendo per obbedire a Gesù. Durante tutto l’anno, piena di indicibile gioia, fa le calze per i bambini… ed il sei gennaio gliele porta piene di caramelle e di doni. È talmente felice che, anche il carbone, quando lo mette, è diventato dolce e buono da mangiare.
                                                                       Giampaolo Perugini (Art. dal web)

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