BLOG

Dov'é la vostra fede?



 

Dov'é la  vostra fede?



Bella domanda. 
C’è la risposta degli uomini del nostro tempo? A volte abbiamo l’impressione che i nostri giorni siano speciali dal punto di vista della mancanza di umanità. Poi, ripensandoci, i periodi storici bui si ripresentano alla nostra mente fino a farci concludere come non ci sia mai niente di nuovo sotto il sole.
E’ certo che tutta la tecnologia, il benessere, l’avere il mondo a portata di mano ci ha portato ad una aridità di sentimenti tale che a volte non riusciamo nemmeno a comprendere. E’ possibile che l’uomo sia così “poveraccio”, cosi annullato dal punto di vista della fraternità da non vedere più in là dei confini del proprio orticello?
Se ripensiamo agli orrori delle guerre lontane e vicine, a come la distruzione totale sia sempre lì, dietro l’angolo della pazzia di pochi, è difficile non scoraggiarsi.
Eppure c’è anche tanto bene sulla terra. C’è un esercito silente di uomini che vivono con amore. Che danno esempi di generosità straordinaria, di solidarietà e di mitezza.
Uomini che ci fanno toccare con mano come con la fede si può tanto, si può tutto. Non solo dal punto di vista religioso ma dei grandi ideali. Come il coraggio di vivere sia superiore alla pusillanime paura di perdere il nulla che siamo.
Noi cristiani saremmo felici di avere davanti a noi Gesù sulla nostra barca che attraversa il mare in tempesta, toccare il lembo del suo mantello e sentirci salvati. Ed invece tocca a noi reagire con ardimento, tirare fuori la nostra natura umana sopita, la nostra cultura più vera fatta di altruismo.
Questo è il nostro compito.Non abbiamo altra scelta se non rimboccarci le maniche e guardarci intorno. Tanti i modi e le occasioni per essere uomini. Coraggio, siamo ancora in tempo. La strada dura tutta la vita.  

Un paio di scarpette rosse



 

Essere e avere

  


Il professor Grammaticus, viaggiava in treno, ascoltava la conversazione dei suoi compagni di compartimento.
Erano operai meridionali, emigrati all’estero in cerca di lavoro: erano tornati in Italia per le elezioni, poi avevano ripreso la strada del loro esilio.
"Io ho andato in Germania nel 1958 diceva uno di loro".
"Io ho andato prima in Belgio, nelle miniere di carbone ma era una vita troppo dura".
Per un poco il professor Grammaticus li stette ad ascoltare in silenzio.
A guardarlo bene, però, pareva una pentola in ebollizione.
Finalmente il coperchio saltò, e il professor Grammaticus esclamò, guardando severamente i suoi compagni:
"Ho andato! Ho andato! Ecco di nuovo il benedetto vizio di tanti italiani del Sud di usare il verbo avere al posto del verbo essere. Non vi hanno insegnato a scuola che si dice... sono andato?".
Gli emigranti tacquero, pieni di rispetto per quel signore tanto perbene, con i capelli bianchi che gli uscivano di sotto il cappello nero.
"Il verbo andare, continuò il professor Grammaticus, è un verbo intransitivo, e come tale vuole l’ausiliare essere".
Gli emigranti sospirarono. Poi uno di loro tossì per farsi coraggio e disse: 
"Sarà come lei dice, signore. Lei deve aver studiato molto. Io ho fatto la seconda elementare, ma già allora dovevo guardare più alle pecore che ai libri. Il verbo andare sarà anche quella cosa che dice lei... il verbo intransitivo. Ecco, sarà un verbo intransitivo, una cosa importantissima, non discuto. Ma a me sembra un verbo triste, molto triste. Andare a cercar lavoro in casa d’altri... Lasciare la famiglia, i bambini".
Il professor Grammaticus cominciò a balbettare.
"Certo... veramente… insomma... però… comunque si  dice sono andato, non ho andato".
Ci vuole il verbo “essere”: io sono,tu sei, egli è…
Eh, disse l’emigrante, sorridendo con gentilezza,io sono, noi siamo! Lo sa dove siamo noi, con tutto 
il verbo essere e con tutto il cuore? Siamo sempre al paese, anche se abbiamo andato in Germania e in Francia. Siamo sempre là, ed è là che vorremmo restare e avere belle fabbriche per lavorare e belle case per abitare.
E guardava il professor Grammaticus con i suoi occhi buoni e puliti.
E il professor Grammaticus aveva una gran voglia di darsi dei pugni in testa.
E intanto borbottava tra sè: Stupido! Stupido che non son altro.
Vado a cercare gli errori nei verbi… Ma gli errori più grossi sono nelle cose!”

da: Il libro degli errori – Gianni Rodari

lavoro: erano tornati in Italia per le elezioni, poi avevano ripreso la strada del loro esilio.
" Io ho andato in Germania nel 1958 diceva uno di loro".
" Io ho andato prima in Belgio, nelle miniere di carbone ma era una vita troppo dura".
Per un poco il professor Grammaticus li stette ad ascoltare in silenzio. A guardarlo bene, però, pareva una pentola in ebollizione.
Finalmente il coperchio saltò, e il professor Grammaticus esclamò, guardando severamente i suoi compagni:
" Ho andato! Ho andato! Ecco di nuovo il benedetto vizio di tanti italiani del Sud di usare il verbo avere al posto del verbo essere. Non vi hanno insegnato a scuola che si dice...sono andato"?
Gli emigranti tacquero, pieni di rispetto per quel signore tanto perbene, con i capelli bianchi che gli uscivano di sotto il cappello nero.
" il verbo andare, continuò il professor Grammaticus, è un verbo intransitivo, e come tale vuole l’ausiliare essere".
Gli emigranti sospirarono. Poi uno di loro tossì per farsi coraggio e disse:
" Sarà come lei dice, signore. Lei deve aver studiato molto. Io ho fatto la seconda elementare, ma già allora
dovevo guardare più alle pecore che ai libri. Il verbo andare sarà anche quella cosa che dice lei... il verbo intransitivo. Ecco, sarà un verbo intransitivo, una cosa importantissima, non discuto. Ma a me sembra un verbo triste, molto triste. Andare a cercar lavoro in casa d’altri ... Lasciare la famiglia, i bambini".
Il professor Grammaticus cominciò a balbettare.
" Certo .. veramente …insomma... però … comunque si  dice sono andato, non ho andato".
Ci vuole il verbo “essere”: io sono,tu sei, egli è …
Eh, disse l’emigrante, sorridendo con gentilezza,  io sono, noi siamo! … Lo sa dove siamo noi, con tutto
il verbo essere e con tutto il cuore? Siamo sempre al paese, anche se abbiamo andato in Germania e
in Francia. Siamo sempre là, èd là che vorremmo restare, e avere belle fabbriche per lavorare, e belle
case per abitare.
E guardava il professor Grammaticus con i suoi occhi buoni e puliti.
E il professor Grammaticus aveva una gran voglia di darsi dei pugni in testa.
E intanto borbottava tra sè: Stupido! Stupido che non son altro.
Vado a cercare gli errori nei verbi … Ma gli errori più grossi sono nelle cose!”

da: Il libro degli errori – Gianni Rodari

Un paio di scarpette rosse

 27 Gennaio 2019


 

Giornata della memoria

  

 

Ieri ho detto ai ragazzi: “Domani venite a scuola con una bottiglietta d'acqua vuota”.
Sui loro volti, lampante che neanche le insegne di Las Vegas, la domanda “E che cavolo si inventerà stavolta il prof?” “Lo vedrete domani”.
Oggi sono entrato in classe. Con un secchio.
Ho detto ai ragazzi di sedersi in cerchio. Ho dato a ciascuno di loro un piccolo foglio di carta.
Gli ho detto: “Adesso pensate alla persona a cui volete più bene al mondo. Poi disegnate un omino stilizzato e vicino ci scrivete il suo nome”
“Ma io posso scriverne due?” “Certo, anche tre se vuoi!”
E dopo ho chiesto loro di riempire la bottiglietta, di versarla nel secchio e di tornare a sedersi.
L'idea me l'ha data un libro: Ammare, di Alberto Pellai e sua moglie Barbara Tamburini. Perché domenica è la Giornata della Memoria, e sinceramente a me di parlare solo di Shoah non mi va più. Perché per pensare che il passato si stia ripetendo identico bisogna essere un po' miopi. Ma per non vedere pezzi di quel passato nel nostro presente, bisogna essere proprio ciechi.
Davanti ai loro occhi ho fatto una grande barca di carta, e gli ho detto di metterci ciascuno il proprio foglietto sopra. Poi ho appoggiato la barca sulla superficie dell'acqua. Infine ho iniziato a far vacillare il secchio, fino a che la barchetta non si è ribaltata, facendo cadere giù tutti i foglietti. Tutti quei nomi, quegli omini, giù in fondo al secchio.
C'era chi aveva messo il papà, chi la migliore amica, chi il cuginetto di un anno.
Si è creato un silenzio incredibile. Più di un minuto senza che nessuno fiatasse. E se qualcuno sa come sono i ragazzi di terza media, sa che avere un minuto di totale spontaneo silenzio è quasi un miracolo. C'erano anche degli occhi lucidi. Oltre ai miei, dico.
E allora ho raccontato loro del naufragio del 18 aprile 2015, in cui nel Canale di Sicilia sono morte più di mille persone, tante quasi come nel Titanic. La loro barca, un peschereccio fatiscente che di persone ne poteva contenere al massimo duecento. E ho raccontato loro di una di quelle: un bambino più piccolo di loro, originario del Mali, che è stato ritrovato con la pagella cucita sulla giacca. “Secondo voi perché un bambino dovrebbe salire su una barca così?”
“Per far vedere che aveva studiato!”
“Per dire a tutti che era bravo a scuola!”
E poi un ragazzino macedone, di fianco a me, a bassa voce ha detto:
“Forse per far vedere che non era cattivo, come molti pensano di tutti quelli che arrivano”.
La campanella è suonata. Anche per non appesantire troppo il momento, ho detto loro di mettere a posto tutto, di andare a ricreazione. Sono usciti, e piano piano hanno ricominciato a parlare, a chiedersi la merenda, le solite cose. Sono rimasto solo a sistemare la mia roba.
Poi è successa una cosa. A un certo punto sento dei passi dietro di me.
Tre ragazze. “Scusi prof” “Sì?”“Noi vorremmo...” “Voi vorreste...?”
La più coraggiosa delle tre prende il coraggio e dice tutto in un fiato:
“Possiamo tirare fuori quei fogli da lì?”.
Ci siamo chinati, li abbiamo tirati su uno per uno, insieme.
E intanto io le guardavo, e dentro di me pensavo che finché tre ragazze decidono di saltare la ricreazione per tirare su dal fondo di un secchio dei fogli di carta, c'è ancora motivo per credere in un mondo diverso.
(Enrico Galiano)

Pannello progetti 2017

  

Il diritto alla felicità

e il senso della vita

 

"Qui le persone sono così felici che nemmeno amano, sono realizzate  e non hanno bisogno  l’uno dell’altro... nemmeno di Dio, la mattina si siedono davanti alle loro case inondate di luce e fino a sera aspettano la morte…».

La felicità sta nelle piccole cose, sta nelle cose medie, in quelle grandi, in quelle grandissime, oppure nelle astrazioni? La felicità è cosa strettamente individuale oppure esiste un’aspirazione alla felicità collettiva? La felicità è nel primo caffè della mattina, in una giornata di sole, un sorriso, l’incontro con una persona che ci sta simpatica, l’amore, il sesso, una vincita al superenalotto, una promozione sul lavoro, oppure la felicità è la pace nel mondo, il realizzarsi di un sogno o bisogno che è sociale, dunque, se non di tutti, almeno di molti? La felicità, oggi, qui, mi pare che spesso coincida con queste tre condizioni: essere belli, ricchi e famosi, per cosa poco importa. Nell’era dei selfie e del narcisismo collettivo più che altro, conta che gli altri ci vedano così, ci guardino e pensino: è bello, ricco e famoso e in quello sguardo esterno che ci ammira e ci invidia, troviamo ciò che ci sfugge in noi stessi e di noi stessi, come se appunto, l’importante, non fosse tanto l’esserlo, felici, ma il sembrarlo.
Eppure la vita, per essere interessante e degna, non deve per forza essere felice. La felicità accade, come un arcobaleno dopo un temporale e così come rapidamente dal nulla accade, così sparisce, ci lascia e ne resta soltanto il ricordo. Ce ne sarà un’altra? Può darsi, ma importa? Quando penso ai bambini, ai ragazzi e vedo come si cerchi di tenerli al riparo da tutte le minime frustrazioni, le piccole infelicità, le sconfitte, penso che forse non tutti i torti avevano le generazioni dei nonni e dei bisnonni che i figli li educavano anche al sacrificio, alla rinuncia, nell’idea che la vita, più che felice dovrebbe essere dignitosa e sensata, trascorsa avendo in mente uno scopo e perseguendolo con quella meschina, immensa qualità che é l'ostinazione.

«Nell’antichità la felicità era una ricompensa per pochi eletti selezionati. In un momento successivo venne concepita come un diritto universale che spettava a ogni membro della specie umana. Successivamente, si trasformò in un dovere: sentirsi infelici provoca senso di colpa. Dunque chi è infelice è costretto, suo malgrado, a trovare una giustificazione alla propria condizione esistenziale». 

                                                        (da: “Le parole per dirlo” di Simona Vinci)

Chi c'è online

Abbiamo 38 visitatori e nessun utente online

Mappa Visitatori

Calendario Attività

Febbraio 2019
Lun Mar Mer Gio Ven Sab Dom
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28

Newsletter

Privacy e Termini di Utilizzo

Archivio Newsletter

Collaborano con noi

Piede_4.jpg

Questo sito utilizza cookie per rendere migliore la navigazione e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai alla sezione "PRIVACY e COOKIE POLICY". "PRIVACY e COOKIE POLICY"