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Dov'é la vostra fede?



 

Mettiamocelo in testa





Quattro milioni di bambini rifugiati in tutto il mondo non hanno la possibilità di andare a scuola. I dati del rapporto dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite (Unhcr) per i rifugiati rivelano che solo il 61% dei minori rifugiati frequenta la scuola primaria, rispetto alla media del 92% dei bambini del mondo.
Una situazione drammatica per tutta l’infanzia, ma ancora di più per le bambine, le più discriminate e vulnerabili: per il mondo femminile accedere all’istruzione e completare il percorso di studi è spesso un miraggio. Per le ragazzine rifugiate essere lontane dalla scuola vuol dire essere esposte ad una serie di rischi enormi, come quelli di subire violenze e abusi, essere costrette a matrimoni precoci, finire nelle reti di trafficanti e sfruttatori.
L’obiettivo di garantire l’istruzione alle bambine rifugiate è proprio il cuore della terza edizione della campagna di sensibilizzazione dell’Unhcr con lo slogan “Mettiamocelo in testa”.
Secondo i dati dell’Unesco se tutte le bambine potessero completare la scuola primaria i matrimoni forzati precoci si ridurrebbero del 14%. Puntare sull’istruzione delle bambine è un prezioso investimento per la rinascita e lo sviluppo dei Paesi martoriati dai quali le minori rifugiate arrivano.
Più alto è il livello di istruzione delle bambine e delle ragazze rifugiate più elevate saranno le loro abilità in termine di leadership, capacità imprenditoriale e piena autonomia, qualità fondamentali che aiuteranno sia l’integrazione nelle comunità ospitanti e il loro sviluppo, che la ricostruzione dei Paesi di provenienza” commenta Carlotta Sami, portavoce dell’Unhcr per il Sud Europa.
                                                      (da Giulia Cerqueti- Famiglia Cristiana del 3 febbraio 2019)

Anche per la nostra Associazione l’istruzione è uno dei cardini. Da parte nostra lavoriamo infatti incessantemente in Etiopia per la scolarizzazione dei bambini e ragazzi perché riteniamo sia  fondamentale preparare la classe dirigente per un pieno sviluppo del Paese. Dare modo a tutti di accedere agli studi in maniera più capillare, ridurre le distanze e i pregiudizi, stimolare in ogni modo l’interesse per l’emancipazione, perché il futuro inizia dalla scuola. La nostra passione si traduce in fatti concreti da ormai 7 anni. Grazie sempre a tutti voi amici che ci sostenete con il vostro interesse e il vostro affetto. 

Dov'é la vostra fede?



 

Uno su mille... ce la fa





C’è un brano del Vangelo che mi colpisce sempre particolarmente.
Il Signore Gesù attraversava la Samaria e la Galilea. Entrando in un villaggio gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: "Gesù, maestro, abbi pietà di noi!".
E Gesù disse loro: "Andate a presentarvi ai sacerdoti" e mentre essi andavano, furono purificati.
Uno di loro vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi per ringraziarlo. Era un Samaritano (Lc17,15-16).
Mi fa sempre pensare a quanto sia labile la riconoscenza umana.
Uno su dieci ed era uno straniero.
Quanto è difficile dire un grazie, come è corta la nostra memoria per le cose belle. Perché ciascuno di noi riceve il bene ma chissà perchè ricordiamo solo le cose negative e gli sgarbi. Senza metterci in discussione, senza pensare ai nostri comportamenti, come se tutto ci fosse dovuto. Senza dire grazie.
Uno su dieci ed era uno straniero.
C’è un senso di delusione in queste parole. Ma anche un riconoscere che anche se si è in pochi, anche se solo uno su dieci torna per ringraziare, nulla è perduto.
Non è la moltitudine che conta. E’ la volontà di fare. E’ il coraggio di andare anche contro corrente convinti di fare la cosa giusta.
Il fatto poi che questo “uno” fosse uno straniero la dice lunga. Non aspettiamoci il bene solo da chi è intorno a noi, da chi condivide la nostra vita.
Trovo una straordinaria speranza in questo episodio evangelico che mi ricorda i toni meno impegnativi ma ricchi lo stesso di significato delle parole di Gianni Morandi: "la salita è dura in gioco c’è la vita ma uno su mille ce la fa!".

Dov'é la vostra fede?



 

Dov'é la  vostra fede?



Bella domanda. 
C’è la risposta degli uomini del nostro tempo? A volte abbiamo l’impressione che i nostri giorni siano speciali dal punto di vista della mancanza di umanità. Poi, ripensandoci, i periodi storici bui si ripresentano alla nostra mente fino a farci concludere come non ci sia mai niente di nuovo sotto il sole.
E’ certo che tutta la tecnologia, il benessere, l’avere il mondo a portata di mano ci ha portato ad una aridità di sentimenti tale che a volte non riusciamo nemmeno a comprendere. E’ possibile che l’uomo sia così “poveraccio”, cosi annullato dal punto di vista della fraternità da non vedere più in là dei confini del proprio orticello?
Se ripensiamo agli orrori delle guerre lontane e vicine, a come la distruzione totale sia sempre lì, dietro l’angolo della pazzia di pochi, è difficile non scoraggiarsi.
Eppure c’è anche tanto bene sulla terra. C’è un esercito silente di uomini che vivono con amore. Che danno esempi di generosità straordinaria, di solidarietà e di mitezza.
Uomini che ci fanno toccare con mano come con la fede si può tanto, si può tutto. Non solo dal punto di vista religioso ma dei grandi ideali. Come il coraggio di vivere sia superiore alla pusillanime paura di perdere il nulla che siamo.
Noi cristiani saremmo felici di avere davanti a noi Gesù sulla nostra barca che attraversa il mare in tempesta, toccare il lembo del suo mantello e sentirci salvati. Ed invece tocca a noi reagire con ardimento, tirare fuori la nostra natura umana sopita, la nostra cultura più vera fatta di altruismo.
Questo è il nostro compito.Non abbiamo altra scelta se non rimboccarci le maniche e guardarci intorno. Tanti i modi e le occasioni per essere uomini. Coraggio, siamo ancora in tempo. La strada dura tutta la vita.  

Un paio di scarpette rosse



 

Essere e avere

  


Il professor Grammaticus, viaggiava in treno, ascoltava la conversazione dei suoi compagni di compartimento.
Erano operai meridionali, emigrati all’estero in cerca di lavoro: erano tornati in Italia per le elezioni, poi avevano ripreso la strada del loro esilio.
"Io ho andato in Germania nel 1958 diceva uno di loro".
"Io ho andato prima in Belgio, nelle miniere di carbone ma era una vita troppo dura".
Per un poco il professor Grammaticus li stette ad ascoltare in silenzio.
A guardarlo bene, però, pareva una pentola in ebollizione.
Finalmente il coperchio saltò, e il professor Grammaticus esclamò, guardando severamente i suoi compagni:
"Ho andato! Ho andato! Ecco di nuovo il benedetto vizio di tanti italiani del Sud di usare il verbo avere al posto del verbo essere. Non vi hanno insegnato a scuola che si dice... sono andato?".
Gli emigranti tacquero, pieni di rispetto per quel signore tanto perbene, con i capelli bianchi che gli uscivano di sotto il cappello nero.
"Il verbo andare, continuò il professor Grammaticus, è un verbo intransitivo, e come tale vuole l’ausiliare essere".
Gli emigranti sospirarono. Poi uno di loro tossì per farsi coraggio e disse: 
"Sarà come lei dice, signore. Lei deve aver studiato molto. Io ho fatto la seconda elementare, ma già allora dovevo guardare più alle pecore che ai libri. Il verbo andare sarà anche quella cosa che dice lei... il verbo intransitivo. Ecco, sarà un verbo intransitivo, una cosa importantissima, non discuto. Ma a me sembra un verbo triste, molto triste. Andare a cercar lavoro in casa d’altri... Lasciare la famiglia, i bambini".
Il professor Grammaticus cominciò a balbettare.
"Certo... veramente… insomma... però… comunque si  dice sono andato, non ho andato".
Ci vuole il verbo “essere”: io sono,tu sei, egli è…
Eh, disse l’emigrante, sorridendo con gentilezza,io sono, noi siamo! Lo sa dove siamo noi, con tutto 
il verbo essere e con tutto il cuore? Siamo sempre al paese, anche se abbiamo andato in Germania e in Francia. Siamo sempre là, ed è là che vorremmo restare e avere belle fabbriche per lavorare e belle case per abitare.
E guardava il professor Grammaticus con i suoi occhi buoni e puliti.
E il professor Grammaticus aveva una gran voglia di darsi dei pugni in testa.
E intanto borbottava tra sè: Stupido! Stupido che non son altro.
Vado a cercare gli errori nei verbi… Ma gli errori più grossi sono nelle cose!”

da: Il libro degli errori – Gianni Rodari

lavoro: erano tornati in Italia per le elezioni, poi avevano ripreso la strada del loro esilio.
" Io ho andato in Germania nel 1958 diceva uno di loro".
" Io ho andato prima in Belgio, nelle miniere di carbone ma era una vita troppo dura".
Per un poco il professor Grammaticus li stette ad ascoltare in silenzio. A guardarlo bene, però, pareva una pentola in ebollizione.
Finalmente il coperchio saltò, e il professor Grammaticus esclamò, guardando severamente i suoi compagni:
" Ho andato! Ho andato! Ecco di nuovo il benedetto vizio di tanti italiani del Sud di usare il verbo avere al posto del verbo essere. Non vi hanno insegnato a scuola che si dice...sono andato"?
Gli emigranti tacquero, pieni di rispetto per quel signore tanto perbene, con i capelli bianchi che gli uscivano di sotto il cappello nero.
" il verbo andare, continuò il professor Grammaticus, è un verbo intransitivo, e come tale vuole l’ausiliare essere".
Gli emigranti sospirarono. Poi uno di loro tossì per farsi coraggio e disse:
" Sarà come lei dice, signore. Lei deve aver studiato molto. Io ho fatto la seconda elementare, ma già allora
dovevo guardare più alle pecore che ai libri. Il verbo andare sarà anche quella cosa che dice lei... il verbo intransitivo. Ecco, sarà un verbo intransitivo, una cosa importantissima, non discuto. Ma a me sembra un verbo triste, molto triste. Andare a cercar lavoro in casa d’altri ... Lasciare la famiglia, i bambini".
Il professor Grammaticus cominciò a balbettare.
" Certo .. veramente …insomma... però … comunque si  dice sono andato, non ho andato".
Ci vuole il verbo “essere”: io sono,tu sei, egli è …
Eh, disse l’emigrante, sorridendo con gentilezza,  io sono, noi siamo! … Lo sa dove siamo noi, con tutto
il verbo essere e con tutto il cuore? Siamo sempre al paese, anche se abbiamo andato in Germania e
in Francia. Siamo sempre là, èd là che vorremmo restare, e avere belle fabbriche per lavorare, e belle
case per abitare.
E guardava il professor Grammaticus con i suoi occhi buoni e puliti.
E il professor Grammaticus aveva una gran voglia di darsi dei pugni in testa.
E intanto borbottava tra sè: Stupido! Stupido che non son altro.
Vado a cercare gli errori nei verbi … Ma gli errori più grossi sono nelle cose!”

da: Il libro degli errori – Gianni Rodari

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