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Chiusura totale

 


La ferita di Beirut

la sposa d'oriente

   


Martedì 4 agosto 2020, nel porto di Beirut, capitale del Libano, è avvenuta una gigantesca esplosione che ha sventrato la città spargendo morte e devastazione. Il porto, attraverso cui il Libano importa la maggior parte del suo fabbisogno energetico e alimentare, è stato quasi completamente distrutto. Con esso anche ospedali, case, chiese e moschee, alberghi e negozi. Più di cento sono stati i morti e migliaia i feriti.

Al momento dell’esplosione i libanesi, chiusi in casa a causa dell’emergenza COVID–19 che era tornata a paralizzare la Nazione negli ultimi giorni, si sono precipitati a soccorrere i propri connazionali: medici e personale sanitario hanno aperto ospedali e cliniche all’afflusso dei feriti, albergatori hanno messo le loro strutture a disposizione per accogliere gli sfollati fuggiti dalle proprie case distrutte. Lo stesso hanno fatto conventi, monasteri, chiese e moschee.

Il patriarca maronita Bechara Boutros Rai ha dichiarato che nella città si è assistito a “uno scenario di guerra senza guerra” e, proseguendo, che “ciò è avvenuto proprio mentre lo Stato libanese si trova in una situazione di bancarotta economica e finanziaria che lo rende incapace di affrontare questa catastrofe”, con il popolo ridotto “in condizione di povertà e miseria”.

Il Libano, piegato negli ultimi anni da enormi problemi di ordine politico, finanziario, economico e sul fronte della sicurezza nazionale, ora merita tutto il sostegno possibile per rimettersi in piedi, prescindendo da ogni considerazione e calcolo politico e geopolitico, perché ciò che è accaduto va oltre la politica e va al di là dei conflitti.

(don Armando Nolli)

NB: il Consiglio Direttivo della nostra associazione si è riunito in videoconferenza in data 6 agosto alle ore 20,30 e ha deliberato di stanziare euro 1.000,00 (mille/00) per l’emergenza in Libano, in risposta all’appello lanciato dai Frati Cappuccini di Lombardia. Questo importo verrà trasformato in bancali di cibo da inviare a mezzo container con destinazione Frati del Libano – Beirut.

Chiusura totale

 


Chiusura totale

   



Per ora è andata. Dopo quasi tre mesi di chiusura totale e parecchi morti noi siamo qui, ancora vivi e vegeti.

Il brutto è che abbiamo conservato tutti i difetti possibili nonostante le promesse di essere migliori, di non dimenticare, di guardare il futuro con nuove prospettive.

Nossignori: uguali se non peggio. Sempre pronti soprattutto a guardare la pagliuzza nell’occhio dell’altro con la vista offuscata da una trave enorme nel nostro.

I danni psicologici provocati da questo isolamento forzato sono purtroppo tanti.

Noi anziani ce ne accorgiamo ogni giorno. Molti con una nuova paura di uscire dal guscio. Altri con problemi fisici acuiti dall’immobilità.

Anche per i bambini e i giovani le video lezioni non hanno certo potuto sostituire la socialità e il contatto con gli amici e gli insegnanti.

Lo smart working per fortuna ha salvato gli stipendi di molte famiglie. Molti nonni si sono ritrovati baby sitter a tempo pieno per permettere ai genitori di lavorare da casa.

Se molte attività lavorative sono riprese, non si hanno notizie certe sull’inizio delle lezioni scolastiche.

In conclusione: mai ci saremmo aspettati di vivere una esperienza del genere. Nel nostro mondo occidentale ci sentivamo al sicuro. Le notizie delle epidemie in Africa ci sfioravano ma con la medicina all’avanguardia, la scienza pronta a trovare soluzioni l’idea di morire così in massa era bandita dalle nostre menti.

La nostra Associazione, lavorando con Etiopia ed Eritrea, riesce ad avere il polso di quello che accade dove la massima povertà non dà scampo: igiene, cibo e comunque tutti i beni primari sono sempre difficili da ottenere.

Quindi, anche se chiusi nelle nostre case, abbiamo continuato a sviluppare le idee.

Dopo le vacanze vi racconteremo nei dettagli i nostri progetti per i quali chiederemo ancora il vostro aiuto.

Un augurio a tutti perché il vento del “cambiamento” in positivo spiri per  noi.

Buona e fruttuosa estate.

                                        I volontari de Il Seme della Speranza o.n.l.u.s.

In Africa

 


Un'unica grande famiglia

 

  

Tra le sensazioni che ci hanno accompagnato in questi mesi di prova vi è stata la percezione della nostra impotenza: un male subdolo e sconosciuto ha condizionato la vita dell’intera umanità e ha visto scienziati e politici spesso privi di bussola.

Una cosa però dovremo ricordare di questo periodo: chi si è assunto il compito di curare, di farsi carico di chi, colpito dal virus, non solo ha sperimentato una pesante sofferenza, e in molti casi la morte, ma anche la solitudine e l’impossibilità di contatto con le persone a lui care.

Penso ai tanti operatori sanitari, ai tanti volontari… e accanto a loro tanti gesti di solidarietà, non ultimi i contributi finanziari che molti hanno offerto per affrontare l’emergenza sanitaria e i numerosi disagi economici che il blocco ha arrecato a tante famiglie.

Nello stesso tempo la nostra finestra è aperta al mondo intero e ci giungono di continuo le richieste dai paesi dove operano i nostri Missionari. Paesi che non hanno sistemi sanitari adeguati, oltre che essere gravati da problematiche economiche e sociali.

E’ il momento della solidarietà: con chi accanto a noi sta vivendo la difficoltà di sostenere la propria famiglia e con chi, pur lontano da noi, sappiamo fa parte di un’unica famiglia, quindi anche lui nostro fratello o sorella che ci tende la mano.

Forse rischiamo anche noi di avere solo pochi pani e pochi pesci, ma sappiamo che Colui che è il pane della Vita, è in grado, con la sua benedizione, di sfamare con quel poco anche le folle.

                                 (don Flavio Della Vecchia)

In Africa

 


Nel caos della città

abbiamo bisogno

di oasi di silenzio

   

Avere degli spazi di silenzio non vuol dire per forza essere in un luogo senza rumori o distrazioni: occorre sintonizzarsi con quel luogo interiore che permette in qualsiasi situazione di essere in pace.
Si possono ritagliare degli spazi di silenzio nelle nostre giornate scegliendo di togliere dalle nostre agende degli appuntamenti per sostare e magari pregare. La preghiera è ascolto e l’ascolto ha bisogno di tempo, non di orecchie ma di cuore.
Viviamo un ritmo di vita superiore alle nostre possibilità, dalla ipercomunicazione alla “velocità” che ci circonda. In questo turbinio l’essere umano si perde, le ferite diventano voragini da riempire per trovare un senso. Invece si può arrivare a casa, spegnere il telefono, dedicare la propria presenza alla famiglia o anche a se stessi.
Nel silenzio si assaporano sguardi e gesti. Abbiamo bisogno di rimettere al primo posto le situazioni che ci fanno bene e nutrono. Ad esempio un ottimo esercizio è quello di svegliarsi mezz’ora prima per una buona lettura. In questa ottica riscopriremo il piacere della convivialità, la TV lascerà il posto alla tavola imbandita e ai sorrisi e il cellulare lascerà il posto agli sguardi e agli abbracci.
Il silenzio non sarà più d’imbarazzo ma carico di amore e di legami.

                                 (da 'Credere' n. 31)

 

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