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Un paio di scarpette rosse


 

Beati i miti o beati i furbi?

  

Cercando di vivere da cristiani si può passare per persone prive di carattere, deboli, stupide. Quelli di cui il mondo ha un’alta considerazione sono i forti, i potenti, i violenti, i furbi, gli arroganti.

La via del successo che ci viene additata ha come riferimento il potere e l’apparire.

A volte un atteggiamento arrogante lo si riscontra anche tra quei cristiani che vorrebbero imporre il loro punto di vista con la forza, almeno nei toni.

Tra le beatitudini evangeliche, carta di identità del cristiano, troviamo però anche questa: “Beati i miti, perché avranno in eredità la terra” (Matteo 5,5).

La mitezza di cui parla la beatitudine non è altro che quell’aspetto dell’umiltà che si manifesta nell’affabilità messa in atto nei rapporti con il prossimo. Tale mitezza trova il suo perfetto modello in Gesù, mite e umile di cuore.

Mitezza significa non scegliere mai la violenza, l’odio, la sopraffazione, l’arroganza.

Pensiamoci: in fondo l’arrogante, il violento e il superbo sono davvero felici?

A noi cristiani è dato il compito di imitare Gesù mite e umile di cuore per indicare al mondo la via della vera gioia per la costruzione di un mondo migliore.

E’ un punto di arrivo, un cammino da percorrere. Bisogna però iniziare, perché il cristianesimo, come ha detto di recente papa Francesco, è “una religione pratica”.
                                                                                                 (Da “In dialogo con don Antonio/ Credere n. 26)

Un paio di scarpette rosse


 

Tutti zitti: il silenzio è

una cura

  

 

Il rumore non si può imporre sul rumore, il silenzio sì” diceva Mahatma Gandhi.

E lui di silenzio era un esperto: lo praticava un giorno a settimana, ogni lunedì. Lo considerava un appuntamento di purificazione energetica e un esercizio di presenza.

Tuttavia, niente sembra più lontano dalla vita attuale: la facilità delle comunicazioni ha reso più rapidi i tempi di relazione, ma presto il mezzo è stato scambiato con il fine. Social, internet, telefoni cellulari, secondo gli esperti di neuroscienze, sono diventati oggetto di vere e proprie dipendenze. Il risultato sono ansie da iper reazione, attenzione frammentata, la sensazione di esistere solo in quanto si dice la propria e si è visibili. Un grande brusio per evitare il silenzio interiore.

Kankya Tanner, monaca zen che vive nei boschi dell’Alsazia, propone di portare un po’ di silenzio sempre con sé. Ci spiega che il silenzio non è assenza di rumore: è una forma di ascolto e di attenzione e richiede concentrazione.

I benefici vanno dal benessere personale, a quello sociale fino alla pace nel mondo, perché “gli stati dell’essere sono contagiosi e i silenziosi - che si astengono dal reagire - sono i santi del XXI secolo”.

L’ostacolo peggiore da affrontare lo aveva individuato già Blaise Pascal: “Tutta l’infelicità umana - scriveva - deriva da una sola cosa: l’incapacità di starsene tranquilli in una stanza”.

Così oggi è cosa sempre più rara poter semplicemente vivere: bisogna contemporaneamente twittare l’istante, fotografarlo, condividerlo. Evitare ogni disagio o solitudine interiore riempiendola.

Proponiamoci allora il silenzio: non sarà subito facile uscire dalle abitudini che hanno tracciato solchi. Serve determinazione, esercizio e ripetizione. Ma il silenzio è una conquista alla portata di tutti e i suoi doni cambiano la vita.

(Giulia Calligaro da “Io donna” del 2 dicembre 2017)

Un paio di scarpette rosse

 


 


Dio della montagna

  

 



È sicuramente una delle figure sempre presenti lungo i sentieri di alta montagna, la presenza di questi piccoli punti di raccoglimento sono un sacro simbolo che legano l’uomo e la montagna da sempre.
Il significato può essere visto in diverse maniere, tutto gira attorno a pensieri, ricordi e raccomandazioni che l’uomo rivolge a questo simbolo come richiesta di protezione e una valida occasione per poter esprimere situazioni personali ricercando quella pace e tranquillità interiore che forse viene a mancare.
Io di tutto questo mi sono fatto una mia personale opinione riguardo questo forte rapporto che ci accomuna con questi simboli, che sia un crocefisso o la figura eterna della Madonnina. Il bisogno di parlare, il bisogno di essere ascoltati, la necessità di essere protetti perché, per quanto poco, sappiamo che la montagna nasconde sempre mille insidie e mille pericoli e a fronte di tutto questo, come esseri umani, chiediamo quell’appoggio che per noi è un valore aggiunto nel proseguo del nostro cammino.
Questi sacri simboli sono stati le uniche forze di volontà e di protezione per tutti quei ragazzi che nei grandi conflitti bellici, che hanno interessato il nostro paese, hanno portato morte e disperazione. In foto ed immagini dell’epoca all’interno di trincee e baracche queste sacre figure sono sempre presenti al fianco di questa triste realtà chiamata guerra.

Il Cristo in Croce è presente in tutti i rifugi alpini e sono il centro di attenzione per gli alpinisti in procinto di partire per scalare la cima. Attenzione che non è legata ad un momento di raccoglimento, basta seguire il loro sguardo e percepire quella frazione di secondo in cui i loro occhi si soffermano di fronte a questo simbolo, una frazione di secondo dove leggi tutte le raccomandazioni e il bisogno spirituale che questi uomini richiedono. Divengono in modo spontaneo l’occasione di preghiera anche quando li incontri su normali sentieri in quota, la spontaneità nasce da un fattore che è più forte di noi e che ci porta a quei pochi momenti di “intimità” personale dove una parola in più può renderci più forti e fiduciosi.
Fanno dunque parte della montagna e mi sento di dire che sarebbe quasi impossibile vivere la montagna stessa senza la presenza di questi sacri luoghi, da rispettare anche se la nostra cultura o educazione ci porta a credere diversamente o non credere per nulla. Tanto, indipendentemente da questo, è inevitabile non porgere lo sguardo verso loro perché la forza con cui ti attraggono è più forte di qualsiasi pensiero opposto.

(Stefano IntoDolomites)

 

Un paio di scarpette rosse



 

Caro genitore

  

 



Se a 6 anni consenti a tuo figlio di fare quel che vuole, se lo difendi quando è indifendibile, se ridi quando fa il maleducato, se lo giustifichi quando risponde male ad un’insegnante o ad un amico allora non hai capito nulla né sull’educazione né sul rispetto del prossimo.

Se tu sei al bar e tuo figlio mangia la brioche o le noccioline e quando ti alzi per terra sembra che sia passato uno tsunami allora ti pieghi sulle tue belle ginocchia, prendi un fazzoletto di carta e pulisci. Magari ti ricordi di tenere il bambino vicino la prossima volta e di insegnargli piano piano a stare al mondo.
Se tu aiuti il prossimo, sorridi, saluti, ringrazi, stai certo che lo faranno anche i tuoi figli. Gli verrà naturale.
Non avrai bisogno di s.o.s. tata per porre rimedio ad una situazione che ti è scivolata dalle mani.
Noi genitori dobbiamo stare attenti a quel che diciamo. Se l’insegnante sgrida nostro figlio o si lamenta del suo comportamento non possiamo dare giudizi negativi in merito al comportamento di chi rappresenta un’istituzione, soprattutto non davanti a nostro figlio. Sminuiremmo la figura dell’insegnante e nostro figlio si sentirà autorizzato a comportarsi come vuole perché difeso direttamente da noi.
Altro errore gravissimo che facciamo è quello di criticare qualcuno in presenza dei nostri figli.
La critica non è costruttiva. Il paragone non è costruttivo. Nostro figlio non è onnipotente!
Nostro figlio ha pregi e difetti. A noi sembrerà il migliore e magari lo è anche.
Possiamo gratificarlo, dirgli che siamo orgogliosi di lui.
Ma non dobbiamo farlo sentire onnipotente perché il passo dall’egocentrismo alla maleducazione è brevissimo.
Se tuo figlio non condivide i suoi giochi, è un maleducato.
Se si permette di mancarti di rispetto, è un maleducato.
Se non aiuta mai nessuno in nessuna situazione, è un maleducato.
Se cerca di manipolare gli altri, è un maleducato.
Molte di queste situazioni, caro genitore, sono colpa tua.
Un suggerimento: educare non è riempire un secchio ma accendere un fuoco.
(Elisa Toscano)

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