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La storia dello scemo del paese

 


La storia dello

scemo del paese







In un paesino un gruppo di persone si divertiva con un uomo noto come lo "scemo del paese", un povero cristo che viveva svolgendo piccoli lavori e di elemosina.

Ogni giorno queste persone incontrando lo “scemo” al bar si divertivano dandogli la possibilità di scegliere tra due monete da 1 e 2 euro e una banconota da 5 euro e lui puntualmente sceglieva sempre le due monete anziché la banconota, e ciò è inutile dirlo era motivo di derisione.
Un giorno, un signore che guardava il gruppo divertirsi alle spalle del povero uomo, lo chiamò in disparte e gli fece notare che è vero che prendeva due monete ma che le stesse insieme valevano meno della singola banconota, a questo punto lo “scemo” rispose: “Signore lo so bene, non sono così scemo. La banconota vale due euro in più, ma il giorno in cui la sceglierò, il gioco finirà e non vincerò più i 3 euro al giorno.


Questa storia finisce così ma non prima di aver tratto alcune conclusioni:


1) Chi sembra fesso, non sempre lo è;
2) Coloro che presumono di essere più intelligenti, spesso sono i fessi della situazione;
3) Un’ambizione smisurata può finire per tagliare una fonte di reddito sicura.


Ma la conclusione più interessante che possiamo trarre da questa storia è che ciò che conta non è quello che gli altri pensano di te, ma quello che tu pensi di te stesso, perché guardate, il vero intelligente non è colui che sembra esserlo ma colui che lo dimostra.

Povertà

 

Povertà




La nudità non consiste solo nella necessità di un vestito per coprirsi.

La nudità consiste nella mancanza della dignità umana, che a volte abbiamo perso, di cui abbiamo ingiustamente spogliato i poveri.

Li consideriamo inutili, privi di ogni speranza di redenzione. Disponiamo di tutta una sfilza di aggettivi per qualificare i poveri. Questa è la nudità dei nostri giorni.

L’indigenza non consiste solo nella mancanza di un tetto.

Ci sono altre indigenze nella nostra intimità. Per liberarci di esse, dobbiamo far posto alla preghiera nella nostra vita. Dobbiamo pregare.

La santità non è un lusso di pochi. Non è qualcosa riservato a poche persone. Al contrario, la santità è qualcosa che compete a voi, così come compete a me. Spetta a tutti.

E’ un dovere molto semplice. In effetti, se impariamo ad amare, impariamo anche a essere santi.

Ma se vogliamo essere capaci di amare, dobbiamo pregare.

 

Madre Teresa di Calcutta

La nudità non consiste solo nella necessità di un vestito per coprirsi.

La nudità consiste nella mancanza della dignità umana, che a volte abbiamo perso, di cui abbiamo ingiustamente spogliato i poveri.

Li consideriamo inutili, privi di ogni speranza di redenzione. Disponiamo di tutta una sfilza di aggettivi per qualificare i poveri. Questa è la nudità dei nostri giorni.

L’indigenza non consiste solo nella mancanza di un tetto.

Ci sono altre indigenze nella nostra intimità. Per liberarci di esse, dobbiamo far posto alla preghiera nella nostra vita. Dobbiamo pregare.

La santità non è un lusso di pochi. Non è qualcosa riservato a poche persone. Al contrario, la santità è qualcosa che compete a voi, così come compete a me. Spetta a tutti.

E’ un dovere molto semplice. In effetti, se impariamo ad amare, impariamo anche a essere santi.

Ma se vogliamo essere capaci di amare, dobbiamo pregare.

Teresa di Calcutta

Come sarà il 2021?

 


Scuola: tempo di crescita






Il mese di settembre è per tanti ragazzi e giovani una tappa importante: ricomincia la scuola e con essa un tempo impegnativo e arricchente.

Il COVID–19 ha però condizionato in modo impressionante l’offerta formativa e permangono tuttora non poche preoccupazioni di poter svolgere con serenità un percorso educativo che, oltre a fornire contenuti e arricchire la mente, consenta di costruire relazioni significative e stimolanti, che abilitino ad affrontare con responsabilità e consapevolezza i compiti che ciascuno è chiamato ad assolvere dentro la società.

Come infatti afferma papa Francesco:

“L’istruzione è una delle vie più efficaci per umanizzare il mondo”.

Molto spesso si sente parlare delle carenze del nostro sistema scolastico, nondimeno sappiamo quale ricchezza esso rappresenti, dato che tutti hanno accesso nel nostro Paese all’istruzione.

Non così avviene in tante nazioni e tra le opere che vedono impegnati missionari e missionarie in tutte le latitudini nel mondo, grande rilevanza hanno le scuole, che però in molti contesti svolgono le attività in strutture inadeguate e con carenza di materiale didattico.

In Etiopia la nostra Associazione sostiene, grazie alla generosità di tanti benefattori, le scuole primarie e superiori di Konto, Dubbo, Sura Koyo e la scuola materna di Shanto.

Continuiamo a sostenere tutti insieme le scuole delle Missioni, consapevoli che la ricompensa più grande è la crescita umana e spirituale delle nuove generazioni.

Grazie!

I volontari de Il Seme della Speranza o.n.l.u.s.

Come sarà il 2021?

 


Una favola contro

la guerra




C‘era una volta un pianeta chiamato Terra. Si chiamava Terra anche se, a dire il vero, c’era molta più acqua che terra su quel pianeta. Gli abitanti della Terra, infatti, usavano le parole in modo un po’ bislacco. Prendete le automobili, per esempio. Quel coso rotondo che si usa per guidare, loro lo chiamavano “volante”, anche se le macchine non volano affatto! Non sarebbe più logico chiamarlo “guidante”, oppure “girante”, visto che serve per girare? Anche sulle cose importanti si faceva molta confusione. Si parlava spesso di “diritti”: il diritto all’istruzione, per esempio, significava che tutti i bambini avrebbero potuto e dovuto andare a scuola. Il diritto alla salute poi, avrebbe dovuto significare che chiunque, ferito, oppure malato, doveva avere la possibilità di andare in ospedale. Ma per chi viveva in un paese senza scuole, oppure a causa della guerra non poteva uscire di casa, oppure chi non aveva i soldi per pagare l’ospedale e questo, nei paesi poveri, è più la regola che l’eccezione, questi diritti erano in realtà dei rovesci: non valevano un fico secco. Siccome non valevano per tutti ma solo per chi se li poteva permettere, queste cose non erano diritti: erano diventati privilegi, e cioè vantaggi particolari riservati a pochi. A volte, addirittura, i potenti della terra chiamavano “operazione di pace” quella che, in realtà, era un’operazione di guerra: dicevano proprio il contrario di quello che in realtà intendevano. E poi, sulla Terra, non c’era più accordo fra gli uomini sui significati: per alcuni ricchezza significava avere diecimila miliardi, per altri voleva dire avere almeno una patata da mangiare. Quanta confusione! Tanta confusione che un giorno il mago Linguaggio non ne poté più. Linguaggio era un mago potentissimo, che tanto tempo prima aveva inventato le parole e le aveva regalate agli uomini. All’inizio c’era stato un po’ di trambusto, perché gli uomini non sapevano come usarle, e se uno diceva carciofo l’altro pensava al canguro, e se uno chiedeva spaghetti l’altro intendeva gorilla, e al ristorante non ci si capiva mai. Allora il mago Linguaggio appiccicò ad ogni parola un significato preciso, cosicché le parole volessero dire sempre la stessa cosa, e per tutti. Da allora il carciofo è sempre stato un ortaggio, e il gorilla un animale peloso, e non c’era più il rischio di trovarsi per sbaglio nel piatto un grosso animale peloso, con il suo testone coperto di sugo di pomodoro. Questo lavoro, di dare alle parole un significato preciso, era costato un bel po’ di fatica al mago Linguaggio. Adesso, vedendo che gli uomini se ne infischiavano del suo lavoro, e continuavano ad usarle a capocchia, decise di dare loro una lezione. «Le parole sono importanti» amava dire «se si cambiano le parole si cambia anche il mondo, e poi non si capisce più niente». Una notte, dunque, si mise a scombinare un po’ le cose, spostando una sillaba qui, una là, mescolando vocali e consonanti, anagrammando i nomi. Alla mattina, infatti, non ci si capiva più niente. A tutti gli alberghi di una grande città aveva rubato la lettera gi e la lettera acca, ed erano diventati… alberi! Decine e decine di enormi alberi, con sopra letti e comodini e frigobar, e i clienti stupitissimi che per scendere dovevano usare le liane come Tarzan. Alle macchine aveva rubato una enne, facendole diventare macchie, e chi cercava la propria automobile trovava soltanto una grossa chiazza colorata parcheggiata in strada. Alle torte invece aveva aggiunto una esse, erano diventate tutte storte, e cadevano per terra prima che i bambini se le potessero mangiare. Erano talmente storte che non erano più buone nemmeno per essere tirate in faccia. Nelle scuole si era anche divertito ad anagrammare, al momento dell’appello, la parola presente, e se prima gli alunni erano tutti presenti, adesso erano tutti serpenti, e le maestre scappavano via terrorizzate. Poi si era tolto uno sfizio personale: aveva eliminato del tutto la parola guerra, che aveva inventato per sbaglio, e non gli era mai piaciuta. Così un grande capo della terra, che in quel momento stava per dichiarare guerra, dovette interrompersi a metà della frase, e non se ne fece nulla. Inoltre aveva trasformato i cannoni in cannoli, siciliani naturalmente, e chi stava combattendo si ritrovò tutto coperto di ricotta e canditi. Andò avanti così per parecchi giorni, con le scarpe che diventavano carpe e nuotavano via, i mattoni che diventavano gattoni e le case si mettevano a miagolare, il pane che si trasformava in un cane e morsicava chi lo voleva mangiare. Quanta confusione! Troppa confusione, e gli uomini non ne potevano più. Mandarono quindi una delegazione dal mago Linguaggio, a chiedere che rimettesse a posto le parole, e con loro il mondo. «E va bene» – disse Linguaggio – «ma solo ad una condizione: che cominciate a usare le parole con il loro giusto significato». «I diritti degli uomini devono essere di tutti gli uomini, proprio di tutti, sennò chiamateli privilegi. Uguaglianza deve significare davvero che tutti sono uguali e non che alcuni sono più uguali di altri. E per quanto riguarda la guerra…». «Per quanto riguarda la guerra» – lo interruppero gli uomini – «ci abbiamo pensato…tienitela pure: è una parola di cui vogliamo fare a meno».
                                 Gino e Cecilia Strada

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