- Creato: 24 Dicembre 2014
25 Dicembre 2014
Santo Natale
Auguri da Lina e Antonio - Konto (Etiopia)
Riceviamo e pubblichiamo la lettera di auguri ricevuta da Lina e Antonio, da dieci anni volontari in Etiopia.


Giuseppe dal
Sud dell'Etiopia
Appunti di missione - 8
Ho camminato...
Scrivo da Arba Minch, dove mi trovo adesso, esattamente dalla stessa veranda dell'hotel (ora qui funziona il wi-fi), in cui soggiornò il grande scrittore Kapuscinski. Stò ammirando lo straordinario tramonto sui laghi Abaya e Chamo, sulla Rift Valley... e sto' pensando al cammino...
A quello dell'uomo, iniziato proprio qui, milioni di anni fà, ed al mio personale: un cammino a volte appesantito, a volte leggero, spesso solitario, lontano da conquiste di sorta. Un cammino tenace, inquieto... che non ha mai permesso che mi omologassi troppo.
Essere riuscito a salvaguardare dignità ed autenticità, senza cedere troppo ad un conformismo che appiattisce: questo, mi pare, il mio più importante obbiettivo.
Ho camminato al fianco di poveri uomini, vittime sacrificali, sotto muri artificiali, costruiti da carnefici e vanitosi, in guerra e bellicosi.
Ho camminato al fianco di madri appesantite da fascine raccolte in giungle africane, da bruciare per i propri piccoli da scaldare.
Ho camminato, come un elemosiniere, al fianco di bimbi scalzi, in me confidenti, ovunque sorridenti.
Ho camminato su terre rosse selvagge, sui campi imbruniti d'autunno, su manti invernali silenziosi ed innevati.
Ho camminato al sorgere del sole assicurato alle spalle di mio padre, sotto il sole d'Agosto stretto alla sottana di mia madre, lavandaia alla fontana, in una valle lontana.
Ho camminato all'imbrunire, in cerca di un amore da ridire.
Ho camminato come un padre, cercando una rotta sicura.
Ho camminato come un figlio, seguendo orme calcate dai giganti che mi han preceduto, ho camminato sentendo lieve lo spirito.
Ho lasciato tracce sul mio sentiero, ho trovato traccia su ogni terra calpestata, in ogni rigore di padre, in ogni sguardo di grazia di madre, in ogni innocenza di bambino.
Ho trovato più tracce di misericordia e di amore, che tracce di odio e di rancore.
Raccolgo speranza, certezza che nulla e' vano, che val la pena partire, per poi tornare e ripartire, aprendo nuove tracce, custodendo quelle nuove che troverò su sentieri ripidi e duri, per costruire ponti che sorvolino i muri.
Giuseppe Luca
Giuseppe dal
Sud dell'Etiopia
Appunti di missione - 7
Buona Domenica dall'Africa
La scrissi mesi fà... la ripropongo: l'intento non è il giudizio, ma la coscienza...
BUONA DOMENICA DALL'AFRICA!
Buona Domenica a tutti quelli che oggi litigherranno per il menù domenicale, ed a tutti quelli che si spazientiranno, nello scegliere quale, tra i tanti, vestito indossare.
Buona Domenica a tutti quelli che oggi esulteranno, per la vittoria della propria squadra, o si deprimeranno, per la sconfitta calcistica, stravaccati su un comodo divano.
Buona domenica agli speculatori della finanza, che affama milioni di persone, ed a quegli imprenditori, che sfruttano la manodopera dei tanti disperati.
Buona Domenica agli egoisti, e buona Domenica a tutti quelli che, anche oggi, si chiuderanno nelle loro piccole certezze.
Buona domenica da me, pioniere in questo posto selvaggio, dimenticato dall’uomo.
Buona Domenica da Sister Adelaide, superiora nella missione delle suore di Madre Teresa Di Calcutta, qui a Jimma, attaccata con fermezza a questa terra africana, da sei anni, ma soprattutto attaccata strenuamente al cielo, con la preghiera e con lo spirito.
Buona Domenica da questa terra così difficile, ma così viva, immersa in una natura potente e rigogliosa, dove, indiscussa, rimane unica la sua regola suprema: quella della sopravvivenza.
Ma, soprattutto, buona Domenica dagli affamati, dai bimbi denutriti.
Buona Domenica da quel ragazzino sorridente alla vista di un “ferenji” (straniero, uomo bianco), a cui ieri hanno curato una ferita, tanto profonda, da far vedere nitidamente il bianco dell’osso, senza che lui desse alcun segno di sofferenza o di lamento (già, qui la soglia di sopportazione del dolore è infinitamente più grande di quella di noi occidentali).
E buona Domenica agli ipocriti che, invocandolo, chiederanno “dov’è Dio?”, facendo finta di non vedere che qui - dove le persone muoiono perché mancano gli antibiotici, perché piccole infezioni non possono essere curate, qui in questo campo di battaglia, di guerra - a mancare è l’uomo.
Giuseppe Luca
Giuseppe dal
Sud dell'Etiopia
Appunti di missione - 6
Rientro a Jimma
Rientrato a Jimma dopo quattro giorni passati nella regione del Kafa.
Ci vorrà tempo per rielaborare l'esperienza, che più di missione, è stata una vera e propria esperienza da esploratore.
Dura arrivarci (più di 6 ore di cammino a piedi ed a cavallo, su mulattiere scoscese e fangose, per arrivare a Dekkia (? villaggio che non troverete su nessuna mappa), durissima permanervi, dura rientrare a Bonga (la cittadina piu' vicina... questa la troverete sulle mappe...), un'esperienza che per i nostri canoni occidentali, si definirebbe estrema.
Arrivare a Dekkia è come raggiungere una Machu Picchu esistente, ancora in vita, abitata da una comunità che vive in stato primordiale, la cui alimentazione è esclusivamente composta da teff, con cui producono injera ed una specie di birra, caffè, miglio, granoturco, frumento, orzo, fave, uova e carne solamente due-tre volte l'anno, nelle ricorrenze festive.
Vivono di pastorizia e di agricoltura, barattando quello che producono.
Non c'è energia elettrica, non c'è acqua corrente, non conoscono le telecomunicazioni, non hanno telefoni, internet non sanno nemmeno cosa sia.
L'unico supporto lo fornisce la chiesa cattolica, con un sacerdote locale che celebra messa nella Chiesa, e prova, come una goccia nell'oceano, a sostenere quella comunità poverissima.
Si ammalano frequentemente di malattie alla pelle, ma non muoiono di fame, tanto meno di tumore.
Le donne partoriscono mediamente 9-10 figli.
Mortalità alla nascita molto alta, in tutta l'area (grande come tutta la provincia di Milano, o forse più) c'è una sola clinica di un ONG Svizzera che (ovviamente) non ha personale in loco.
Nelle comunità c'è violenza, e molti abusi sulle donne, ma sicuramente appare come una società molto meno squilibrata, rispetto ad altre realtà dove la sperequazione estrema tra ricchi e poveri causa molta più violenza.
Impossibile che un'occidentale possa rimanervi in quella zona, se non per brevi periodi.
Chi nasce nei conforti occidentali, lì, in quell'ambiente, risulta essere un corpo estraneo, che viene espulso facilmente.
C'è una natura selvaggia, straordinariamente bella e vergine.
Ed ho visto il più bel cielo stellato della mia vita.
Sulla strada verso Bonga, io ed il sacerdote, siamo stati fermati da un'uomo che credendo fossi un medico, chiedeva soccorso, invitandoci ad entrare nella sua capanna: sua moglie era morta di parto, il piccolo era ancora vivo, ma non abbiamo potuto far niente per lui. Troppo lontana la strada asfaltata dove avevamo lasciato il fuoristrada (avevamo almeno ancora 4 ore di cammino), troppo lontana la clinica...
Alla vista del fuoristrada e dell'asfalto, quindi del ritorno alla civiltà, ero euforico.
Sulla strada del rientro un'altro padre ci chiedeva soccorso per il figlio, probabilmente ammalato di malaria. Li abbiamo caricati e lasciati davanti all'"ospedale" di Bonga.
Forse dovremmo rivedere alcune facili illusioni sul primitivismo, essere fuori completamente dalla civiltà è un male.
Jimma, che pure è una città poverissima, ed a rischio islamismo (il Wahabismo con i petroldollari dei paesi del Golfo cresce enormemente) mi sembra ora una cittadina confortevole.
Confortevole fare la doccia con un filino d'acqua, confortevole navigare in internet con una connessione lentissima, confortevole avere la corrente elettrica, che pure ogni tanto,manca.
Stanco fisicamente, ma pienamente energico nel fisico e nell'anima, con una "tintarella" da far invidia ai turisti dei miglior villaggi, e carico di miele e caffè naturalissimi e squisiti.
Giuseppe Luca

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